REINDIRIZZAMENTO A NUOVO SITO

30 Mar

NUOVO SITO

www.cpoa-rialzocosenza.blogspot.com

SUL 15 OTTOBRE

2 Nov

La crisi economico/finanziaria esplosa nel 2008 è in pieno corso nonostante tutta le misure tese ad arginarne e limitarne la portata adottate da governi e organismi sovranazionali, sotto i diktat delle organizzazioni padronali, a dimostrazione della sua natura strutturale e della inadeguatezza delle soluzioni e delle ricette neoliberiste. L’egemonia neoliberista chiede di ripristinare i meccanismi di accumulazione, di far ripartire la macchina capitalista dopo lo scoppio della bolla finanziaria imponendo politiche di ristrutturazione che recuperino dal lavoro vivo gran parte della ricchezza fittizia bruciata o ancora in circolo. L’inganno della creazione di denaro dal denaro, attraverso la finanziarizzazione selvaggia dell’economia, svela oggi la sua debolezza: la finanza mondiale necessità di capitale e continua a dettare l’agenda politica di governi e istituzioni sovranazionali ricattandoli attraverso lo strumento del debito. Il blocco economico europeo, a guida franco-tedesca, impone attraverso l’ecofin e la BCE la ristrutturazione del modello europeo. I piani lacrime e sangue imposti prima a Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna, ed oggi all’Italia, hanno il duplice scopo di tutelare il capitale bancario investito nei debiti sovrani e costruire in Europa una zona ultraflessibile in cui l’implementazione coatta di alcune misure “modernizzatrici”, riguardo al welfare e alla legislazione del mercato del lavoro, creando una zona altamente precaria e ricattabile. Inoltre, attraverso la dismissione del patrimonio pubblico ed alle privatizzazioni in atto, si mira a realizzare una base reale più solida del capitale circolante attraverso lo sfruttamento del lavoro vivo e della rendita derivante dalla messa a valore dei beni comuni. In Italia la progressiva ed inesorabile cancellazione dello stato sociale -che abbiamo subito negli ultimi 20 anni – è stata funzionale al processo di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, non trovando nessuna opposizione ne nei sindacati collaborazionisti ne nelle opposizioni ma, piuttosto, dei fedeli esecutori degli interessi capitalistici globali. Infatti, la sottoscrizione da parte della Cgil dell’accordo del 28 giugno rappresenta la resa finale alle necessità del Mercato e dei diktat di BCE e FMI. La sommatoria dei processi politici innescatisi dal 2008 ad oggi, segnala la prevedibile incapacità delle istituzioni di declinare il senso della crisi per come lo si vive dal basso. Per i settori popolari la crisi economica non è crisi di “valorizzazione del capitale” in quanto i bisogni e le esigenze della maggioranza della popolazione non coincidono con le attenzioni di una ristretta cerchia di ricchi. L’agenda politica europea dettata dalla Bce segnala la vittoria delle forze neoliberiste, sia per la loro capacità di modificare e ristrutturare il sistema economico nel verso più funzionale alle dinamiche di accumulazione ma, soprattutto, nell’imporre la propria costruzione semantica della crisi, le proprie parole d’ordine che occultano gli elementi di sofferenza sociale dietro la presunta necessità collettiva della ripartenza economica. L’essenza della crisi reale per le popolazioni è l’assenza di reddito, di prospettive, di diritti e democrazia ma, nell’incontro con il senso della crisi costruito e diffuso dal circuito politico e mediatico egemone, il soggetto precario esce confuso e disorientato, isolato e diviso. Troppe volte il precariato è incapace di riconoscere la declinazione autentica dei propri “sogni” e “bisogni” e di individuare una prospettiva emancipatrice, ingabbiato in una situazione disperata e apparentemente “trascendentale” in cui il mercato, entità metafisica e infallibile, detta misure e compatibilità di diritti e dignità. Non sono gli effetti della crisi dell’accumulazione a creare la crisi sociale, come ci viene trasmesso dalla’alto, ma le condizioni stesse dell’accumulazione, nel lungo e nel breve periodo, che alimentano e riproducono le condizioni di disperazione e rabbia sociale. Il 15 Ottobre è stato un giorno straordinario per chi vive dal basso questa crisi. Nelle maggiori città del mondo la rabbia e il punto di vista precario si sono fatte analisi e proposta politica. La crisi diventava finalmente crisi sociale ribaltando le categorie egemoni dell’attuale discorso politico edificate intorno alla necessità di “pagare il debito”. Mentre ai pochi “garantiti” del pianeta, che per anni hanno costruito i propri imperi accumulando selvaggiamente ricchezze sul sudore e sui sacrifici della maggioranza della popolazione mondiale, e che oggi recitano la “necessità” di socializzare le perdite, appellandosi ad un pretestuoso senso di responsabilità e all’unità nazionale, la Piazza del 15 ottobre ha risposto con una ferma e corale opposizione “noi il debito non lo paghiamo, non siamo tutti sulla stessa barca e siamo stanchi di fare sacrifici”. Ci riprenderemo quanto ci avete tolto! Il movimento, dopo anni di maturazione, si (ri)scopre numeroso e compatto intorno ad un’analisi e ad una proposta che ribalta il senso “istituzionale della crisi”, che smaschera la collocazione dicotomica rispetto a partiti e sindacati “compatibilisti. Il punto di vista precario della crisi si emancipa finalmente dal senso imposto da banchieri, padroni e politicanti assumendo la dimensione di una moltitudine incompatibile con i loro dettami. Esaurita l’umana simpatia e comprensione verso i manifestanti Draghi, attraverso i suoi sodali della Bce, prendeva carta e penna per ribadire al nostro governo la necessità di riforme strutturali capaci di rilanciare la crescita. E dava anche la ricetta: precarizzazione estrema dell’esistente, privatizzazioni e liberalizzazione selvaggia del mondo del lavoro. La protesta che dilaga può suscitare perfino simpatia in padroni e governanti: come se fosse un fenomeno folkloristico, bello e simpatico nella misura in cui, chiuso il sipario della manifestazione, ognuno torna a casa propria lasciando tutto immutato. L’opposizione parlamentare, al servizio di confindustria e banchieri, sfida il governo additandolo come incapace di recepire i diktat dell’Ue, auto candidandosi come interlocutore più efficiente e affidabile per attuare tutto ciò che la Piazza del 15 Ottobre contesta. In questo quadro di democrazia bloccata, in cui la forma storica di rappresentanza mostra tutta la sua impotenza, la crisi sociale viene perpetuata dal blocco granitico di potere che impone la ristrutturazione dei meccanismi di accumulazione come unica priorità politica, in cui il rafforzamento della precarietà diventa medicina ricostituente del sistema capitalistico mentre alimenta la disperazione sociale. Sono due mondi non che potevano che confliggere e deflagrare: il blocco istituzionale al servizio dei potentati economici contro la moltitudine precaria! La violenza del 15 Ottobre, che ci piaccia o meno, è il termometro esatto delle contraddizioni sociali esistenti, dell’incapacità di dare risposte politiche ad una generazione precaria ed incompatibile con un sistema che mette il capitale al centro e riduce l’uomo a mezzo di produzione. Mentre le istituzioni, che si arrogano la pretesa di rappresentarci, inseguono la medicina salvifica per oliare nuovamente la macchina dell’accumulazione capitalista, la Piazza del 15 ottobre cerca di ristabilire la Giustizia Sociale attraverso l’abbattimento dei meccanismi di sfruttamento e imposizione che alimentano le odierne forme di accumulazione per riappropriarsi della dignità e dei diritti negati. Non si possono confondere i due percorsi: da una parte abbiamo la necessità dei potentati economici e dei blocchi di potere di mantenere il dominio sulle popolazioni per continuare a garantirsi i privilegi, mentre, dall’altra, c’è il sentiero tracciato dal soggetto precario. Un sentiero che rivendica uguaglianza, diritti e dignità. Abbiamo la necessità di autorappresentarci e di autorganizzarci, perché nessuno lo farà per noi, perché nessuno parlerà l’alfabeto sofferente e rabbioso del soggetto precario! Dove scompare la folta schiera di pacifisti quando l’esercizio giornaliero della violenza di stato si abbatte su una popolazione precaria e ricattabile? Non abbiamo trovato pacifisti indignarsi nei cantieri in cui muoiono lavoratori in nero; non abbiamo trovato pacifisti indignarsi davanti a call-center in cui si guadagna 3 euro l’ora (meno delle lavoratrici di Barletta); non abbiamo trovato pacifisti indignarsi davanti al diritto negato di una casa, di una sanità e di un’istruzione gratuita e d’eccellenza; non abbiamo visto pacifisti indignarsi davanti alle decine di migliaia di migranti inghiottiti dal Mediterraneo; non abbiamo visto pacifisti indignarsi davanti il silenzioso genocidio perpetrato nei lager etnici che ieri si chiamano CPT ed oggi CIE; non abbiamo visto pacifisti indignarsi di fronte ai morti dello Stato in Divisa. Perché la violenza asimmetrica dello sfruttamento legalizzato non suscita sdegno ma un ossequioso e connivente silenzio. E’ la “sovversione” violenta che fa paura mentre si esercita costantemente una condivisa “eversione” della legalità costituzionale edificata su concetti di ineludibile giustizia sociale: l’illegalità è costituente quando conserva il potere, è criminale e inaccettabile quando lo contesta. Allora, privi di ogni fanatismo irrazionale, non coltiviamo l’apologia della “violenza per la violenza” ma fuggiamo dalla condanna dei barbari, vandali e criminali del 15 ottobre propria dei media di regime, dei governanti e dei padroni e, cara, anche ad alcuni leader politici, sindacali e di movimento che solo a parole si richiamano agli ideali e ai valori della sinistra ma che nella quotidianità della loro prassi politica sono assuefatti alle logiche delle compatibilità di sistema. Nella piazza romana è esplosa la rabbia precaria in forme nichiliste o politicamente più facilmente decodificabili. E’ lo stesso soggetto sociale composto da precari, lavoratori, migranti e disoccupati che alcuni anni fa mise a ferro e fuoco le banlieu francesi, che da più di tre anni tenta di rovesciare il governo Papandreu in piazza syntagma, che negli scorsi mesi si ribellò a Londra contro l’innalzamento delle rette universitarie e che sulle coste mediterranee ha spodestato i fantocci dei governi occidentali, a cui i detrattori di oggi soltanto ieri, romanticamente, inneggiavano e salutavano come “primavere e rinascite”… L’elemento politico che dobbiamo porci come bussola analitica è come costruire un percorso di trasformazione collettiva che sia capace di incanalare quella rabbia in percorsi di auto organizzazione e conflitto dal basso in grado di lanciare, partendo dai nostri territori, un movimento anticapitalista di massa che vive già potenzialmente nella confusa percezione comune e negli interstizi della sofferenza sociale. Al corteo del 15 Ottobre alcuni spezzoni hanno costruito azioni conflittuali pienamente legittime poiché in un movimento variegato e composito, incapace di costruire una piena condivisione politica, non c’è nessuno che da patenti di legittimità politica a pratiche e percorsi. L’elemento della demonizzazione della violenza, a cui hanno dato sponda alcuni soggetti organizzati e di movimento, è il grimaldello politico attraverso il quale scatenare la repressione sul movimento colpendo singoli compagni e favorendo leggi speciali che andranno a restringere l’agibilità politica complessiva e le potenzialità di crescita del movimento. Per questo esprimiamo piena solidarietà ai compagni arrestati e perquisiti in questi giorni, alle realtà tirate in ballo dai media mainstream come possibili centri di eversione e rilanciamo la necessità politica, di costruire e far vivere sui nostri territori, di scoprire e smascherare le condizioni sociali della rabbia precaria, di moltiplicare pratiche di autorganizzazione e riappropriazione dal basso in grado di rilanciare una campagna contro la precarietà a 360°. E’ un sentiero difficile da percorrere, in cui ci toccherà ribaltare il senso comune della crisi, svelare l’alfabeto rivoluzionario e costituente della rabbia precaria.

CPOA RIALZO – COSENZA

SOTTO IL COMUNE C’ERAVAMO TUTTI!

15 Feb

Lo scorso 16 novembre la Cosenza Antifascista ha presidiato la casa comunale che si preparava ad accogliere Adriano Tilgher. Un presidio determinato a non dare spazio ad una persona che, oltre al suo passato di militante di estrema destra nonché fondatore di avanguardia nazionale, continua ad esprimere un pensiero xenofobo e razzista. Nonostante oggi Tilgher trova spazio nel partito de La Destra, rappresenta ancora una ideologia fascista che predica la superiorità di alcune “razze”, la deportazione dei migranti, dei rom, dei gay, dei diversi e, in una città multiculturale come Cosenza, personaggi del genere non hanno e non devono avere nessuna agibilità politica. Una città che quotidianamente pratica dal basso l’Antifascismo e l’Antirazzismo impedendo, da sempre l’apertura di sedi di Forza Nuova o Casapound, stando al fianco dei tanti migranti e lottando assieme per l’affermazione dei diritti di tutti e di ciascuno in un’era in cui anche quei principi e diritti che sembravano affermati, sono compromessi da un ventennio di politiche che criminalizzano migranti, attivisti, precari, ultrà e chiunque lotta per difendere spazi di agibilità politica o non si allinea ai dettami della parte dominante della società. Questo, e molto altro, è quanto volevamo ribadire con il presidio contro Tilgher, avremmo voluto che soggetti del genere nella nostra città non mettessero piede e men che meno nella casa comunale. Ma ancora una volta Digos e Celere hanno impedito a noi di entrare consentendo loro di prendere parola e diffondere razzismo e xenofobia. Come se non bastasse, a distanza di due mesi circa, uno degli antifascisti presenti in piazza quel 16 novembre viene denunciato individualmente per aggressione e resistenza a pubblico ufficiale. Pensiamo che la Digos voglia colpirne uno e uno solo perché colpirci tutti significherebbe rimanere impastoiati nell’ennesimo, fallimentare, processo politico e ben sapendo che a Cosenza tali macchinazioni non fanno presa. Ad oggi, Cantafora & Co., hanno rimediato solo 15 anni di figuracce andando a tessere teoremi di eversione e sovversione a Cosenza, anche quando si trattava di solidarietà, perseguitando i Ribelli di questa città. Teoremi che gli si sono sgretolati tra la gente e nelle aule dei tribunali. Ed è proprio per rompere i meccanismi di solidarietà che colpiscono Gaetano. Ultrà, compagno ed operaio ex-vallecrati, con una sfilza di denunce (sempre a firma Cantafora) per aver lottato a difesa del proprio lavoro che è indagato (assieme ad altri operai) come presunto responsabile del fallimento di Vallecrati, fallimento da ricercare tra i politici-imprenditori che negli ultimi dieci anni si sono mangiati anche la monnezza! Ma i poteri forti si proteggono a vicenda. Con quest’ennesima denuncia Gaetano rischia di essere etichettato come “pericoloso socialmente” per cui gli potrebbe essere impedito di frequentare luoghi pubblici, manifestazioni sportive o di piazza. Ma Gaetano non rimarrà solo, nonostante i tentativi di isolarlo e di mostrificarlo, saremo al suo fianco fino alla conclusione di questa, ennesima, assurda vicenda che tenta di dividere i movimenti in buoni e cattivi, pacifici e violenti. Il 19 febbraio saremo nuovamente in piazza per dire a tutta la città che il 16 novembre sotto comune c’eravamo tutti a respingere Tilgher e i suoi protettori, e soprattutto a ribadire che se anche si mascherano dietro all’ufficialità di un partito facendosi proteggere dalla celere, difenderemo questa città da qualsiasi fascismo giorno dopo giorno, generazione dopo generazione.

SOTTO IL COMUNE C’ERAVAMO TUTTI!

L’ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA!

SABATO 19 FEBBRAIO 2011 ORE 18.00 PRESIDIO IN PIAZZA XI SETTEMBRE

per adesioni: rialzo@autistici.org

ADESIONI:

CPOA RIALZO-COSENZA

PRENDOCASA comitato lotta per la casa -cosenza

L’EVASIONE collettivo anticarcerario-cosenza

COESSENZA casa editrice-cosenza

CP-MILITANZ-uncal cosenza

P2OCCUPATA laboratorio politico-unical cosenza

RIFONDAZIONE IN MOVIMENTO-cosenza

L.S.A. ASSALTO laboratorio sociale-unical cosenza

REBEL STORE VOLSCI 41-roma

ASSOCIAZIONE CULTURALE “SKATAKATASCIA”- francavilla marittima cs

CONFEDERAZIONE COBAS NAZIONALE

ATENEO CONTROVERSO-unical cosenza

RADIO CIROMA-cosenza

ANTIFABOXE-torino

ASS. YAIRAIHA-cosenza

adesioni individuali

Francesco Caruso-dottorando unical

Francesco Campolongo-comitato politico provinciale PRC-cosenza

Adriano D’amico-avvocato

Lucio Cortese-prc cosenza

Francesco Saccomanno-forum ambientalista

Emanuele Lupo (montalto uffugo)

Francesco Cirillo-giornalista

Claudio Dionesalvi-coessenza

Vincenzo Miliucci-confederazione cobas

Italo Di Sabato-osservatorio sulla repressione

Giovanni Peta

Dino Grazioso

Salvatore Stasi-cobas

Salvatore Palidda-docente  Dipartimento di Scienze Antropologiche università di Genova

La repressione non ci arresta

6 Feb

L’ennesimo atto repressivo non tarda ad arrivare. Il compagno e fratello Gaetano Azzinnaro viene denunciato per oltraggio, resistenza, lesioni a pubblico ufficiale in occasione dell’arrivo di Adriano Tilgher(fondatore di “avanguardia nazionale” e inquisito per la strage di bologna) il 16 novembre 2010 per presentare il programma de”la destra”di Storace. Il pomeriggio di quel giorno compagni e compagne si sono ritrovati al C.P.O.A. Rialzo e in fretta raggiungono palazzo dei Bruzi dove sono già attesi da funzionari, dirigenti della digos e dal reparto celere schierato di fronte la porta della casa del popolo munito di manganello,scudo e casco. Presto la piazza diventa gremita da un centinaio di antifascisti militanti e non solo; cominciano i cori e gli inni ma presto la piazza si autodetermina e cerca di forzare la polizia per entrare e bloccare l’iniziativa fascista.non manca la solita provocazione e conseguente carica della polizia infatti dopo qualche attimo di tensione tutto ritorna alla normalita’.i compagni antifascisti non erano li per manifestare dissenso contro i partiti delle nuove destre ma per ribadire ancora una volta che cosenza, città aperta, rifiuterà sempre dinamiche di tipo fascista razzista e xenofobo. invitiamo tutti i compagni e le compagne a partecipare ad una assemblea aperta martedì 8 febbraio alle ore 18 presso il CPOA RIALZO per discutere di questo atto repressivo individuale nei confronti di un compagno.

DAVANTI AL COMUNE C’ERAVAMO TUTTI. .

Interazione senza confini

26 Gen

Dal settembre scorso, presso il Cpoa Rialzo, un gruppo di migranti trascorre stabilmente la propria vita. Sono undici, giovani, tra i 18 ed i 40 anni, tra cui 5 somali, 1 rumeno, 1 eritreo e 4 senegalesi. L’esigenza di una casa e la ricettività politica dei membri del Rialzo rispetto all’emergenza abitativa di italiani e migranti (ricordiamo che nel cpoa è attivo il progetto PRENDOCASA), ha fatto si che da qualche mese in quei capannoni gli undici immigrati trascorrano buona parte della loro esistenza. Presso il Rialzo essi dormono, divisi in stanze comuni dove si trovano i letti, mentre in una stanza a parte sta una ragazza somala. Non mancano i servizi essenziali, come i bagni con acqua calda ed una cucina comune, ci sono televisori ed un computer con internet. Si tratta di strutture auto costruite sia dai membri del rialzo che dagli stessi immigrati. Lo spazio dei capannoni delle ex officine ferroviarie consente agli immigrati di avere un’assistenza legale presso lo sportello Baobab del Moci e di frequentare i corsi di italiano presso lo stesso Moci. L’assistenza sanitaria è fornita dall’”Ambulatorio Medico senza confini” dell’Auser del rione Spirito Santo. Gli attivisti del Rialzo spiegano: ”Gli immigrati che vivono nel cpoa, svolgono lavori a nero e sottopagati, in particolare nell’agricoltura. Adesso sono circa una decina quelli presenti, ma il numero di immigrati senza casa in città è molto alto e saremmo potuti arrivare anche a cinquanta. Senza contare che in media al mese ospitiamo 4 o 5 immigrati di passaggio che sostano per una nottata”. Ad esempio Jamail è un immigrato tunisino che ha passato qualche giorno delle festività natalizie presso il Rialzo, ed in merito alle vicende delle attuali proteste che stanno divampando nel suo paese e non solo, ti spiega che in Tunisia l’università è gratuita, ma manca il lavoro e c’è una certa repressione da parte del governo nei confronti della società civile. Mentre per quanto riguarda l’esistenza degli immigrati presenti stabilmente presso il Rialzo, i membri del cpoa tengono a sottolineare quanto essa non sia basata su logiche meramente assistenzialistiche, anzi, come viene spiegato: “Ci siamo posti come obiettivo quello di costruire un percorso di autorganizzazione per la vita di queste persone, in modo che si crei una loro presa di coscienza, autonoma e fondata sulla vita sociale. Siamo sempre presenti, ma solo all’inizio siamo intervenuti con più frequenza da quando gli immigrati si sono insediati in questi spazi. E’ uscito fuori in seguito un loro protagonismo, si è creata un’organizzazione comunitaria, una suddivisione dei compiti, prende piede un’idea dello stare insieme”. E così c’è chi a turno cucina per il pranzo o la cena, chi pulisce, si organizzano feste, cene sociali, e visioni di film, e tutti partecipano ad assemblee di gestione, non senza difficoltà. Perché le difficoltà permangono, soprattutto quando si pensa che l’aspirazione degli immigrati è quella di poter avere un’abitazione propria ed un lavoro che rispetti i loro diritti, come denunciano gli stessi immigrati, mentre gli attivisti del Rialzo che affermano: ”Siamo impegnati nella lotta per la casa da tempo in città. Quello che si è creato qua dentro, nel cuore di Cosenza, è un presidio di interazione sociale e di antirazzismo. Non dimentichiamo anche che alcuni degli immigrati qui presenti sono scesi in piazza durante la manifestazione regionale per l’acqua pubblica, ed anche in diversi cortei del movimento studentesco nello scorso mese di dicembre”. Come dicevamo, molti degli immigrati sono giovani, e quelli provenienti dall’Africa sono tutti di fede mussulmana. In Calabria lavorano in diverse mansioni, c’è chi lavora nell’agricoltura, chi fa da badante o fa piccoli lavoretti, e chi fa l’ambulante, ma si tratta di impieghi poco renumerativi, sottopagati o in nero, saltuari. E poi quasi tutti sono immigrati due volte, dai paesi di origine, e poi, prima di essere arrivati a Cosenza, da altre zone dell’Italia o dell’Europa, specie dal nord. Un’emigrazione sempre determinata dalla necessità di trovare lavoro. Mbaye, senegalese, ha lavorato per anni nelle campagne del nord Italia nella raccolta degli ortaggi dove veniva pagato quattro euro l’ora. Omar, senegalese, ti spiega: ” In Senegal il vero problema è che non c’è lavoro, e sei costretto ad emigrare. Puoi trovare lavoro solo se conosci qualche persona importante”. I ragazzi che provengono dalla Somalia hanno una storia ancora più complessa. Tutti provengono da Mogadisho e sono nati una ventina di anni fa intorno allo scoppio della guerra civile permanente tutt’ora in corso. E della guerra ti raccontano situazioni di vita cruente vissute in prima persona. Come Ali che da piccolo andando a scuola ha visto esplodere una macchina ed l’innescarsi di una sparatoria in seguito. Tutti i ragazzi spiegano di aver imbracciato un’arma, in età precoce, ed aver sparato nelle situazioni di guerra. Mohammed è stato imprigionato, mentre Nuur ha perso il padre ed il fratello in guerra. Kadarawill e Mohammed raccontano anche la loro esperienza nell’ex ambasciata somala di Roma. Si tratta di un vero e proprio tugurio dove sono accampati centinaia di cittadini somali che dormono sui pavimenti in un luogo fatiscente dove scorazzano i ratti. Proprio lo scorso 29 dicembre l’Alto commissario delle Nazioni unite per i Rifugiati a seguito di una visita ricognitiva effettuata ha denunciato le condizioni di estremo degrado in cui riversano i più di cento somali accampati presso l’ex ambasciata a Roma. Torniamo a Cosenza, al Rialzo. Tra le storie di vita desta attenzione quella di Francesco, giovane rumeno. A Cosenza da neanche un anno, direttamente dalla Romania, in Italia in cerca di lavoro. In Romania giocava a calcio, ha fatto una breve apparizione anche in una squadra della massima serie del campionato rumeno, il Gloria Bistrita. A Cosenza trova inizialmente lavoro come aiutante in un’officina di un quartiere, guadagna poco e dorme nei piccoli locali della stessa officina. Poi, a marzo, nei gironi della fiera di San Giuseppe, Francesco legge per strada una locandina della partita Cosenza – Clandestino Fc. Si tratta del match che serve a veicolare i contenuti di antirazzismo ed accoglienza, organizzato dal Cosenza Calcio e dalla Fiera in Mensa. Quest’ultima è l’organizzazione che si occupa dell’accoglienza dei centinaia di ambulanti che invadono Cosenza nei giorni della Fiera di San Giuseppe. In quei giorni, circa 230 ambulanti quasi tutti migranti, dormono nell’area delle ex officine ferroviarie, dove sono presenti alcune delle realtà che associative che fanno parte di Fiera in mensa. Lo scorso marzo Il Rialzo ha offerto posti per dormire a circa 150 persone per poco meno di una settimana. La passione di Francesco per il calcio lo spinge a chiedere informazioni sulla partita tra il Cosenza e la squadra composta da migranti. Francesco conosce presso le officine babilonia quelle persone che gli possono dare informazioni sul match, e non solo. E grazie a queste conoscenze, Francesco riuscirà a far parte della squadra del Clandestino fc. Un attivista del Rialzo riesce a persuadere Francesco anche a lasciare la sua situazione lavorativa, riuscendo anche a trovarne un’altra migliore della precedente. Il Cosenza vince contro il Clandestino Fc per 6 – 1, il gol della bandiera dei migranti lo segna proprio Francesco di fronte a centinaia di cosentini che festeggiano sugli spalti esponendo lo striscione su cui è scritto “Calabria e Cosenza terra di accoglienza”. Una frase che ben si conface, in riguardo a questo piccolo ma significativo modello comunitario venutosi a creare presso il cpoa Rialzo.

Mattia Gallo

presidio/blocco discarica Pianopoli

4 Gen

Alle 23:00 di ieri centinaia di cittadini calabresi si sono dati appuntamento sulla strada che conduce alla discarica di Pianopoli rispondendo all’appello della Rete Difesa del Territorio “Franco Nisticò”. È stata bloccato l’accesso a quella che è, come attestato dalle fonti giudiziarie, una discarica abusiva che come tante altre, per lo più private, avvelena ed inquina il territorio e le comunità. Non a caso all’appello della RDT non hanno risposto solo cittadini del Lametino, ma anche i comitati di Crotone, Rossano, Cosenza, Reggio Calabria. Le popolazioni intendono dire basta ad un ciclo di rifiuti che si basa sul business di speculatori e ‘ndrangheta che si cela dietro il ciclo dei rifiuti, nonché ad una gestione commissariale ridicola, che dura ormai quindici anni, e che serve soltanto per sprecare soldi pubblici ed aggirare ogni norma di tutela dell’ambiente e della salute. L’unica soluzione per quella che è non solo un’emergenza ambientale, ma soprattutto democratica e politica, è un sistema dei rifiuti pubblico e basato sulla raccolta differenziata spinta, porta a porta, finalizzata al riciclo e riutilizzo. Il presidio ha inoltre chiesto l’intervento del NOE per verificare il contenuti di alcuni automezzi. Quando sono le otto del mattino l’unico intervento dello stato sembra essere l’arrivo del reparto celere. Il blocco della RdT è un invito a riprendere possesso dei propri territori in prima persona senza delega a politici e istituzioni giudiziarie. Questo è solo l’inizio di una campagna di mobilitazione che ci vedrà impegnati nei prossimi mesi, discarica per discarica per monitorare e controllare il ciclo dei rifiuti legale e non.

Pianopoli (CZ) 03/01/2010

Rete per la Difesa del Territorio “Franco Nisticò”

sit-in solidarietà sotto il carcere

1 Gen

Una cinquantina di attivisti antagonisti  di Cosenza e dalla Calabria Si sono  dati appuntamento sotto il carcere di via popilia a Cosenza il 31 dicembre scorso.  Un appuntamento che dura oramai da dieci anni e che vede ogni anno militanti antagonisti denunciare la situazione carceraria in Italia . L’appuntamento di quest’anno è stato commovente e nel contempo militante con slogan lanciasti dai microfoni dell’organizzazione ed interventi fatti da familiari dei detenuti che anche loro ogni anno portano gli auguri per un anno migliore e sicuramente diverso e fuori dalle celle soprattutto.  Alcune fidanzate di detenuti hanno affisso messaggi d’amore diretti ai loro ragazzi, mentre un nugolo di lanterne ha illuminato il cielo sopra il carcere stimolando gli applausi e le urla di gioia dei detenuti assiepati alle sbarre delle loro celle. Assenti i mass media , tutti invitati, e specialmente la Rai tre Calabria che non perde invece una sola processione e un solo convegno di politici di ogni risma. Nel volantino distribuito dai giovani militanti del Rialzo una radiografia delle nostre carceri che dimostra con dati alla mano non solo il sovraffollamento oggi esistente con un picco di 67.046 detenuti, ma anche i continui suicidi giunti a circa 170 all’anno. La dimostrazione che al contrario di come recita l’art.27 della nostra Costituzione il carcere non rieduca affatto ma piuttosto punisce ed uccide. Forte quindi il messaggio di  superamento del carcere, oltre che attraverso la de-criminalizzazione di soggettività specifiche come i migranti, i consumatori di sostanze e gli emarginati, deve passare necessariamente attraverso una revisione dell’attuale organizzazione sociale  che tende a “normalizzare”, in base ai propri dettami, tutti coloro i quali non rispondono alle regole di produzione e consumo imposte. Regole che criminalizzano alcune soggettività alimentando così solo la popolazione carceraria senza garantire nessuna sicurezza che, invece, dovrebbe passare attraverso la garanzia di diritti, dignità e giustizia sociale.

Infine l’augurio di un anno di libertà e giustizia sociale per tutti/e